Dal 1945 ad oggi la Carta costitutiva delle Nazioni Unite ha subìto soltanto due riforme significative: quando i membri non permanenti furono elevati da sei a dieci e quando si decise che l’astensione non valeva come voto contrario. Da allora nulla è accaduto. Nel frattempo nel mondo si sono verificati alcuni fatti assai importanti: negli anni Sessanta la decolonizzazione, quando di fatto il pianeta disegnato da Yalta finì di esistere, nel 1989 la caduta del muro di Berlino e nel 2004 un Trattato costitutivo dell’Unione europea che le attribuisce personalità giuridica e che rende l’Europa un soggetto politico a tutti gli effetti, al quale va affidato un ruolo politico significativo anche rispetto a una nuova idea, più rappresentativa e più democratica, delle Nazioni Unite, non più obsolesta, senile non soltanto in termini umani e generazionali, rimasta l’ultimo feticcio sopravvissuto a Yalta.

Non c’è soltanto il problema di una diversa ingegneria istituzionale all’interno delle Nazioni Unite, ma anche la necessità di restituire all’ONU quote di sovranità politica.

Per quanto riguarda il dibattito sulla guerra in Iraq, ritengo importante che si possa assicurare, proprio in questi ultimi anni, un multilateralismo ragionevole. Solo il multilateralismo infatti potrà essere accettabile per tutte le regioni e per tutti i popoli. Vi sono molte motivazioni alla base di tale orientamento. Le Nazioni Unite rappresentano un forum decisivo del multilateralismo di cui parlo, ma ritengo che proprio le Nazioni Unite abbiano bisogno di essere rafforzate nella loro struttura affinché, in relazione ai loro compiti e alla loro composizione, possano avere un maggiore grado di accettabilità.

Se vogliamo fare in modo che siano le Nazioni Unite il punto di riferimento di un nuovo multilateralismo, questo non passa soltanto attraverso la nostra capacità di incidere sul loro assetto istituzionale, ma attraverso la capacità di affidare quote di soggettività politica. E di fatto il multilateralismo, che vorremmo vedere affidato alle Nazioni Unite, in questi anni è stato sconfitto nella prassi. La vicenda dell’Iraq è l’ultima, ma potremmo fare un lunghissimo elenco di risoluzioni che sono state valutate, considerate, applicate o no a seconda di considerazioni geopolitiche che assai poco avevano a che fare con la qualità delle risoluzioni, dalla Palestina in poi.

         Il problema è capire se noi come consesso politico internazionale, e anche l’Unione europea, vogliamo conferire questa funzione, questo recupero di multilateralismo, questa governance mondiale sulla pace e sui diritti dell’uomo alle Nazioni Unite. In questo è importante il ruolo dell’Unione europea.

Ciò riguarda anche il processo decisionale, affinché l'ONU possa assumere decisioni e possa essere in grado di agire. Non serve, infatti, avere un'organizzazione internazionale senza un'adeguata capacità di agire; (non serve neanche che nelle regioni in crisi non si abbia l'impressione di potersi fidare delle Nazioni Unite. A tale proposito, vi è un esempio antico che conosciamo bene. L’Organizzazione delle Nazioni Unite è stata istituita dopo la seconda guerra mondiale, ma anche quarant’anni fa, durante la guerra di Yom Kippur, le Nazioni Unite non hanno suscitato sufficiente fiducia nelle parti contraenti).

Ebbene, dobbiamo fare in modo che in futuro non si ripetano simili esperienze e sia possibile fare affidamento sulle decisioni dell'ONU proprio perché sappiamo che le sue posizioni possono essere realizzate. Ritengo che questo aspetto così come quello della riforma della composizione e delle procedure decisionali siano molto rilevanti.

Qualche considerazione più concreta in relazione alla composizione del Consiglio di sicurezza: per quanto riguarda i membri permanenti, l'attuale composizione rappresenta una fotografia della situazione del 1945, che ovviamente non riflette più quella odierna. Si è sviluppato pertanto un dibattito sulla nuova organizzazione, sulla composizione del Consiglio di sicurezza e su come prevedere i membri permanenti, non permanenti, aggiuntivi. E' certamente vero che per l'accettazione delle Nazioni Unite è importante il fatto che vi sia una rappresentanza dell'America Latina, dell'Africa e dell'Asia, così come è certamente giusto che vi sia, accanto a questi continenti, anche l'Europa. Sappiamo, inoltre, che da molti anni si stanno svolgendo discussioni molto interessanti. È importante, comunque, che si faccia in modo di ottenere un seggio per l'Europa.

Sullo sfondo c'è anche il Trattato per la Costituzione europea sottoscritto a Roma. Questa Costituzione getta le basi per una politica estera e di sicurezza comune e quindi spiana la strada all'introduzione della figura del Ministro degli esteri europeo.

Nelle istituzioni europee non abbiamo avuto praticamente alcun dibattito sul rapporto tra le Nazioni Unite e l'Europa: la relazione della Commissione esteri del Parlamento europeo depositata a dicembre 2003 ha rappresentato una novità. Vi è stata una presa di posizione della Commissione e quindi un inizio di discussione; per quanto riguarda i rapporti con le Nazioni Unite si è instaurato un dialogo politico. Ricordo che i Paesi europei contribuiscono per il 60 per cento al bilancio delle Nazioni Unite, ma questo contributo non corrisponde al nostro ruolo all'interno di quell’Organizzazione.

Si tratta in realtà di uno sviluppo consequenziale dell'approvazione della Costituzione europea. A questo punto l'Unione Europea ha personalità giuridica e può essere rappresentata, ad esempio, alla FAO. Esiste un ufficio a New York con un ambasciatore; sia la Commissione sia il Consiglio hanno una propria rappresentanza. Al di fuori dell'Europa la frammentazione della rappresentanza europea è poco comprensibile, soprattutto quando si tratta di finanziamenti; ci si deve poi rivolgere alle varie istituzioni, al Parlamento o al Consiglio, a seconda dell'obiettivo che si vuole raggiungere. Ora, avendo approvato la Costituzione europea, l'Unione acquisisce personalità giuridica: avremo un Ministro degli esteri e vi sarà un'unica rappresentanza per gli affari esteri dell'Unione Europea. È quindi sensato un seggio per l'Unione occupato dal Ministro degli esteri europeo.

         Quanto alla questione della rappresentanza, il continente africano e l'America Latina non sono rappresentati, mentre l'Asia è rappresentata dalla Cina.

Non è certamente questo un metodo di organizzazione dei rapporti internazionali nel XXI secolo, ma avremmo bisogno di due seggi per il continente africano, uno per l'Africa nera, al sud dell'Equatore, e l’altro che rappresenti il mondo islamico.

Il Parlamento europeo propone un seggio europeo. A questo punto il Consiglio di sicurezza avrebbe nove membri e, per impedire una decisione, sarebbe necessario un doppio veto. All'inizio di dicembre si avrà il parere del Panel e le stesse Nazioni Unite hanno chiesto che si svolga a gennaio e febbraio un intenso dibattito nei Parlamenti nazionali e nel Parlamento europeo affinché il Segretario generale possa presentare in marzo le sue proposte per concludere tutto il processo di riforma.

Si lavorerà per avere una dimensione politica unitaria dell’Unione Europea, come soggetto che abbia un proprio ruolo sullo scenario internazionale. Uno dei temi essenziali è quello del rapporto tra Unione Europea e Organizzazione delle Nazioni Unite. Mi riferisco - ovviamente - al tema della riforma dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e del suo Consiglio di sicurezza.

Le Nazioni Unite, a mio avviso, hanno grande importanza per le loro Agenzie  (l’UNICEF, l’Agenzia per la popolazione), che hanno esercitato un ruolo importante. Si può condividere in tutto o in parte l’azione delle Nazioni Unite, ma hanno la loro importanza, non come elemento di guida politica, che invece è stato assolutamente un disastro, se togliamo il momento della guerra del Golfo, quando veramente l’ONU è potuta intervenire.

In questi giorni si parla molto di Palestina, ma se le decisioni delle Nazioni Unite fossero state rispettate il problema della Palestina sarebbe già chiuso da alcuni decenni. In queste condizioni, nel quadro attuale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, penso che parlare di un ampliamento del Consiglio di sicurezza non sia politicamente efficace. Si può prevedere il doppio veto, ma secondo me, posto che sia possibile, bisogna trovare un meccanismo che funzioni e se in cinquant’anni non lo si è trovato non è per cattiva volontà, ma per difficoltà obiettive. Si sono viste già le difficoltà di un meccanismo che preveda una rappresentanza continentale, a cominciare dall’Asia, e giustamente è stato ricordato che l’Africa non può essere rappresentata da un solo seggio.

Già a Maastricht è stato preso un impegno della politica estera e di sicurezza comune; nella Costituzione è ripetuto il riferimento alla politica estera comune. Il Ministro degli esteri della Comunità avrebbe importanza se non fosse il ventiseiesimo Ministro degli esteri dell’Unione, ma “il” Ministro degli esteri e sarebbe negativo un ampliamento del Consiglio di sicurezza, con l’ingresso di un rappresentante dell’Unione Europea, e contemporaneamente rimanessero i seggi per Francia e Gran Bretagna.

         Il Ministro degli esteri dell’Unione dovrebbe prefiggersi l’obiettivo di far camminare l’Organizzazione della sicurezza e cooperazione europea, lavorando affinché sia reso effettivo quello strumento che penso sia stato e sia importantissimo, perché è l’unico legame che abbiamo con gli Stati Uniti d’America e con il Canada, ma è uno strumento dormiente. L’unico organo che funziona è l’Assemblea parlamentare, perché gli americani vi partecipano, mentre non partecipano più all’Unione interparlamentare e ad altri organismi. Sarebbe un’occasione per affidare un compito concreto a questo ventiseiesimo Ministro degli esteri in attesa che, nel quadro della riforma, possa assumere un ruolo contemporaneamente al ridimensionamento delle politiche estere e di sicurezza nazionali.

Eccellenti idee risultano essere la rete di Assemblee elettive dai Parlamenti nazionali, al Parlamento europeo, all’Assemblea dell’ONU, per fare dell’ONU non già un organismo burocratico, ma qualcosa di vitale e di democratico.

In base al Trattato esistente e a quello relativo alla Costituzione europea che si sta per ratificare, si deve con favore vedere un seggio europeo al Consiglio di sicurezza dell’ONU. Tuttavia credo che questa idea, per avere successo in sede ONU, e quindi in sede mondiale, non debba essere eurocentrica bensì modellarsi un po’ su quella che si va prospettando come la governance globale del mondo, cioè sulle organizzazioni regionali.

Allora la prima cosa da chiedere è: lo Statuto dell’ONU è adeguato quando stabilisce che membri dell’ONU sono solo gli Stati nazionali? È ancora adeguata questa idea di governance, oppure nello Statuto dell’ONU deve entrare non più l’idea geografica dei continenti, bensì l’idea insieme giuridica e geografica delle regioni multistatali del mondo? Il successo sarebbe maggiore se pensassimo di assegnare un seggio all’Unione Europea, ma anche al MERCOSUR, al NAFTA, all’ASEAN, cioè a regioni multistatali che, seppure non sviluppate nei loro rapporti come l’Unione Europea, tuttavia rappresentano istituzionalmente, giuridicamente e politicamente un superamento dello Stato nazionale. È necessario cominciare da questo elemento di base. Dobbiamo incidere sullo Statuto dell’ONU che stabilisce che sono membri dell’Organizzazione gli Stati nazionali.

Nella relazione della Commissione esteri del Parlamento europeo si parla di partnership Unione Europea-ONU, l’Unione Europea rispetto all’ONU non è un partner: può essere o un’articolazione dell’ONU (secondo il concetto di membri regionali e non già di membri solo nazionali) oppure uno strumento dell’ONU, ma non un partner.

Allora, è possibile tirare fuori dal Trattato l’idea di un Ministro degli esteri europeo o assecondare la proposta di delegazioni diplomatiche comuni?

L’ipotesi di un seggio europeo al Consiglio di sicurezza è dibattuta ma con poca attualità, con molta meno convinzione di quanto sia invece discussa l’ipotesi di un seggio tedesco al Consiglio di sicurezza. Si denota anche scarso entusiasmo dell’ONU per l’ipotesi di un seggio europeo. Questo scarso entusiasmo non può dipendere dal fatto che si immagina che un seggio europeo non possa esprimere in concreto una volontà europea unica?

Circa l’opportunità di allargare la rappresentanza ad aree regionali, quindi non soltanto all’Unione europea, non soltanto alle grandi aree geografiche, ma anche ad aree territorialmente omogenee che hanno la necessità di essere attori.

Credo sia importante andare a un sistema di doppio veto che sottragga forza e deterrenza politica ad alcuni Paesi. Il rappresentante dell’Unione Europea non aveva un mandato, doveva verificare 15 mandati diversi, non era in condizione di esprimere una volontà politica definitiva e concludente.

Accanto all’attenzione ai passaggi di ingegneria istituzionale nella riforma democratica e verso una maggiore rappresentatività delle Nazioni Unite, credo che il problema resti politico, resti un problema di volontà nel dare seguito e senso al Trattato costituzionale e di cedere quote di sovranità all’Unione Europea e al suo Ministro degli esteri.

                            MULTILATERALISMO

Dobbiamo lavorare per un multilateralismo efficace. “Multilateralismo” perché nessun Paese, neppure la più grande superpotenza mondiale, può garantire l’ordine mondiale da solo ed “efficace” perché deve essere in grado di produrre decisioni che vengano rispettate, altrimenti è un multilateralismo impotente che diventa alibi dell’unilateralismo.

         Da questo punto di vista, la riforma dell’ONU che sta impegnando il Panel e il Segretario generale è una priorità assoluta nella politica internazionale.

Serve un’Organizzazione delle Nazioni Unite che individui in maniera più precisa i casi nei quali è necessario e opportuno promuovere ogni forma di ingerenza umanitaria di fronte a disastri umanitari quale, da ultimo, la crisi del Darfur. Tale crisi dimostra quanto sia frustrante la sensazione di impotenza della comunità internazionale di fronte a crimini che si vanno perpetrando contro l’umanità.

 

                            PREVENZIONE         

Vi è poi la questione della prevenzione; il conflitto in Iraq ha aperto la discussione sulla guerra preventiva: che cosa dobbiamo intendere per guerra preventiva? Quali sono i casi nei quali un intervento di prevenzione è legittimo e necessario? Quali sono i casi, invece, nei quali questo intervento si trasforma in una violazione delle regole del diritto internazionale? Il terrorismo può assumere forme di guerra vera e propria che possono seminare distruzione, morte e lutti anche su vasta scala e che sono assolutamente inedite nella loro dimensione e nella loro forma perché non sono condotte da Stati, da eserciti, da divise militari, ma da formazioni occulte e clandestine.

         coordinamento delle politiche economiche e sociali:

Infine c’è la grande questione del coordinamento delle politiche economiche e sociali: si parla di un Consiglio di sicurezza economico e sociale che sovrintenda e dia un indirizzo politico anche ad Agenzie multilaterali importanti, le quali non sempre, tuttavia, hanno avuto un ruolo di progresso, come la Banca mondiale o il Fondo monetario internazionale.

        

         governo delle Nazioni Unite e quindi la riforma del Consiglio di sicurezza

         Di fronte a tutto questo, accanto a tutto questo e insieme a tutto questo c’è la questione del governo delle Nazioni Unite e quindi la riforma del Consiglio di sicurezza. Certamente Vi è l’esigenza di andare oltre la fotografia dell’indomani della seconda guerra mondiale: non ha più senso un Consiglio di sicurezza dominato dai cinque Paesi vincitori della seconda guerra mondiale, attorniati da un gruppo - diciamo così - di comparse, di figure di secondo piano.

Dobbiamo quindi promuovere una riforma che renda più rappresentativo il Consiglio di sicurezza, rispetto a una realtà mondiale certamente cambiata in non pochi dettagli rispetto allo scenario di mezzo secolo fa. Il tema decisivo è andare oltre l’unicità della membership in capo agli Stati nazionali e pensare a una configurazione delle regioni multistatali come soggetti membri a pieno titolo.

         È questa una proposta utopistica? Verificheremo dalla prima soluzione che sarà predisposta dal Panel quanta distanza può esserci tra questo obiettivo, che resta il grande traguardo dei prossimi anni, e ciò che è concretamente realizzabile. Si tratta, d’altronde, di decisioni che dovrebbero essere assunte dalla prossima Assemblea delle Nazioni Unite, quindi da qui a meno di un anno. Certamente, il cammino intrapreso dall’Europa, che va assumendo la dimensione di un soggetto con personalità giuridica, con il coordinamento della politica estera e di sicurezza in capo a un'unica figura di rappresentanza, è differente da quello di altri coordinamenti regionali più arretrati. Se per ragioni politiche non fosse una proposta immediatamente percorribile perché i tempi non sono maturi, allora può essere realistico dire che questo è un orizzonte di medio termine, di dieci-quindici anni, verso il quale dobbiamo muoverci, ma nel frattempo dobbiamo trovare una soluzione intermedia.

         Dobbiamo evitare però che questa soluzione intermedia sia il mantenimento dello status quo; non si cambia, cioè, nulla perché cambiare è troppo difficile. Questo è il rischio che incombe sulla prossima Assemblea delle Nazioni Unite. D’altra parte la scorciatoia del quick fix, cioè dei quattro Paesi che entrano in Consiglio di sicurezza, forse crea più problemi di quanti non ne risolva. È del tutto evidente che la presenza dell’India nel Consiglio di sicurezza si giustifica da sé per il semplice fatto di mettere sul tavolo un miliardo e non so quante decine di milioni di persone. È evidente che il Giappone ha forza nel sostenere la sua posizione in quanto grande contribuente, potenza economica mondiale e quant’altro. Possiamo però ridurre l’America Latina alla sola dimensione non ispanofona e, anzi, unica dimensione lusitana del Brasile? Come è pensabile che il Brasile da solo possa rappresentare la complessità dell’America Latina, senza che sia rappresentato alcun Paese ispanofono? Come è immaginabile lasciare fuori l’Africa? E quale Paese africano può essere scelto? Il Sud Africa o l’Egitto da soli possono rappresentare per intero il continente africano? Come è pensabile lasciare fuori il mondo arabo-islamico e risolvere il problema dell’Europa?

         La proposta storica avanzata dieci anni fa dall’Italia attraverso l’allora ministro degli esteri Beniamino Andreatta consisteva in una soluzione intermedia e quindi transitoria, in vista di un equilibrio più avanzato. Si proponeva di evidenziare un gruppo di Paesi che sul piano demografico, economico, di contributi alle operazioni di peace-keeping e della cultura dei media rappresentasse la stragrande maggioranza delle risorse del pianeta; per questo gruppo di Paesi avrebbero dovuto crearsi delle posizioni - come sono state definite - semipermanenti nel Consiglio di sicurezza, riservando ai Paesi minori lo stesso numero di seggi che hanno oggi. Se si seguisse quella strada si porterebbe il numero dei seggi nel Consiglio di sicurezza a 20-22, cinque dei quali (quelli attuali) permanenti, sette o otto a rotazione per i 20 membri semi-permanenti (che così sarebbero rappresentati appropriatamente), più l’attuale rappresentanza dei Paesi minori.

         Sarebbe interessante sapere se questa può essere considerata una proposta intermedia, utile per non allontanarci dall’obiettivo alto e grande che è stato definito. È stato detto che l’obiettivo è l’unione politica e certamente questo è l’obiettivo dell’Unione. Abbiamo, in effetti, lo stato giuridico unico, la personalità giuridica, quindi il presupposto giuridico per potere realizzare ciò che è nelle nostre intenzioni. Abbiamo raggiunto una dimensione della politica estera comune per cui vi è una legittimazione per questa figura come rappresentante dell’Europa.

         Ebbene, ci vuole la volontà politica e dobbiamo tenere presente che l’80 - 90 per cento dei Paesi membri dell’Unione Europea, in realtà, ha una posizione comune nel Consiglio di sicurezza. Non ci troviamo in una fase iniziale, in effetti. Vi saranno certamente singoli casi in cui non sussisterà una posizione unitaria o sarà meno difficile trovarla: abbiamo un quadro istituzionale che consente una migliore qualità.

         Vi è poi il nuovo servizio estero a disposizione di questo rappresentante, di cui fanno parte anche esponenti del Consiglio e della Commissione. E’ necessario che il servizio diplomatico estero sia agganciato alla Commissione e che diventi un istituto comunitario veramente agganciato ad una dimensione europea. Il ministro degli esteri Fischer ha ottenuto che questo servizio venga creato soltanto con l’approvazione della Commissione. Il Consiglio, quindi, non può agire contro la Commissione. Questo è stato sancito dalla Costituzione ed è importante che la Commissione, sotto questo profilo, possa avere l’appoggio di diversi Paesi membri.

         La figura del Ministro degli esteri europeo dovrà per essere efficace rivestire almeno il ruolo di primus inter pares con una funzione di portavoce.

Ed il seggio europeo deve essere legato ad una convinzione comune. In sostanza, il Ministro degli esteri deve essere membro della Commissione, deve avere l’incarico del Governo europeo e deve anche poter incidere sull’ordine del giorno. Con questa triplice funzione, avrà il potere di dirigere i lavori nel senso da lui ritenuto utile. Se poi le proposte che avanzerà saranno di tipo europeo, ci sarà sempre un gruppo di Paesi europei disposto ad appoggiarle. Invece, gli Stati che esprimeranno una posizione contraria a quella espressa dalla maggioranza degli Stati membri dovranno motivarlo. Porto l’esempio della guerra in Iraq dell’agosto 2002, in relazione alla quale la prima posizione del Consiglio di sicurezza si è avuta solo nel febbraio 2003. Non vi è costrizione verso una posizione comune; penso, tuttavia, che combinando le posizioni riusciremo a fare dei passi in avanti: il multilateralismo cioè dovrà permettere all’Unione Europea di agire. In questo senso, è ovviamente importante la credibilità. Occorre chiedersi quando bisogna agire, ossia quando la minaccia è talmente definita che, in base alla Carta delle Nazioni Unite (e ciò non significa che si tratti di una decisione delle Nazioni Unite), vi è la concreta possibilità di un intervento preventivo. Escludere l’intervento preventivo non sarebbe una decisione ideale perché vi sono casi in cui alcuni Stati sono la base per alcuni gruppi di terroristi. Si ha, quindi, di fronte un antagonista atipico rispetto alla classica figura del nemico conosciuta nel diritto internazionale.

Bisogna essere capaci di agire a livello multilaterale, concordando le posizioni a livello delle Nazioni Unite e adottando soluzioni concrete e non soltanto ideali che all’atto pratico non consentono di agire.

 

         partecipazione o membershipdi organizzazioni regionali,

 

Dal punto di vista pratico, partecipazione o membershipdi organizzazioni regionali, questione complicata sia dal punto di vista del diritto internazionale che da quello della prospettiva dell’importanza politica, l’Europa, l’Occidente e le democrazie del mondo non guadagnerebbero nulla se i 25 Stati non fossero più membri dell’Unione Europea ma un'entità unica. È evidente, infatti, che 25 voti sono sempre più di un voto. Se guardiamo all’idea del seggio europeo unico da un punto di vista logico dobbiamo riconoscere che segna un’interruzione in questa argomentazione. Le Nazioni Unite, però, hanno sempre trovato una soluzione per tener conto di una determinata situazione contingente. Quindi, limitatamente al Consiglio di sicurezza, avrebbe senso mantenere i seggi del Regno Unito e della Francia per poi dare il terzo seggio all’Unione Europea. Questo è il primo aspetto. In secondo luogo, questo potrebbe essere un esempio per altre ragioni. Né l'Asean, né il Mercosur, né le altre organizzazioni sono talmente integrate, a livello di politica estera, da essere paragonabili all'Unione Europea; anzi, ogni tanto dovrebbero seguire l'esempio dell'Unione Europea e creare una personalità giuridica, formulare una volontà in materia di politica estera per poterle affidare un seggio all'interno del Consiglio di sicurezza.

È possibile che l'Unione Europea possa essere un partner, visto che solo gli Stati sono tali? Oggi già esiste la situazione in cui l'Unione Europea agisce con un’unica voce, ad esempio, nell'Organizzazione mondiale del commercio. In realtà, quindi, è gia un partner, ad esempio a livello monetario e valutario e nei progetti di sviluppo, proprio perché insieme all'ONU realizza progetti.

Vi è cooperazione molto concreta tra i 25 ambasciatori e nel 95 per cento dei casi delle votazioni c'è una posizione comune dell'Unione Europea, cui poi si associano altri Paesi, come, ad esempio, la Svizzera e la Svezia.

         Tale procedura non è stata resa più difficile dall'allargamento a 25 Paesi; anzi l'esercizio è diventato più facile. Non è possibile, infatti, dare la parola a tutti i rappresentanti dei 25 Paesi e, quindi, ognuno interviene solo quando ha veramente qualcosa da evidenziare; con 15 membri, invece, ognuno poteva prendere la parola. A questo punto, pertanto, si sta cercando di sveltire la procedura e si prende la parola - ripeto - solo se vi sono vere obiezioni. Ad esempio, l'Olanda, se ha la Presidenza, propone un sistema di votazione per e-mail. A tal fine, vale anche il principio del silenzio-assenso. Si tratta, dunque, di una razionalizzazione del processo.

         Ritengo che il nuovo Ministro degli esteri, se è anche portavoce del Consiglio e se ha un proprio servizio, costituisca una figura che è ben più di 25 più uno.

 

 

L'articolo 19 del Trattato dell’Unione Europea (che attualmente prevede soltanto un diritto di informazione), interpretato in maniera molto restrittiva dalla Francia e dalla Gran Bretagna, vuole essere trasformato da noi in un diritto di partecipazione. Quindi, con il tempo, diventerebbe una vera e propria partecipazione dell'Unione Europea, anche se sarebbe comunque meglio favorire un seggio europeo. Sarebbe, dunque, preferibile non decidere nulla ora e riservare il seggio europeo ad un momento in cui, anche dal punto di vista costituzionale, l'Europa sarà pronta. Credo, pertanto, che all'interno del Consiglio di sicurezza, che dovrebbe essere mutato, sia utile ed importante avere, ad esempio, una presenza unitaria dell'Europa, sapendo però che ciò non può avvenire se non si trasformano anche le condizioni in cui l'Europa si muove.

         Si ribadisce infine la necessità di questo rafforzamento. Quando lo stesso Kofi Annan è venuto al Parlamento europeo, ha evidenziato in modo esplicito i drammi delle Nazioni Unite rispetto alla questione delle guerre e ha posto a noi europei problemi estremamente forti ed importanti sulle contraddizioni della nostra democrazia, legate, ad esempio, alla questione degli immigrati e così via.

         Ritengo, quindi, sia estremamente importante continuare tale confronto per riuscire a costruire delle relazioni tra il Parlamento europeo e quelli nazionali, affinché si possa veramente fare delle Nazioni Unite e dei nostri Parlamenti istituzioni vive e democratiche.


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